A volte solo il tempo può riabilitare il passato. Non è così per uno dei periodi più controversi della storia d’Italia: quello che vide il nostro Paese diviso in due tra le forze della Rsi e i partigiani. Un nervo scoperto a 60 anni di distanza, ripreso anche dal bel libro “La bambina e il partigiano” di Domizia Carafòli (Mursia Editore, 225 pp, 17 euro). Si tratta della storia vera di Alfa Giubelli, una che da bambina visse sulla propria pelle gli orrori della guerra civile e della violenza di (alcuni) gruppi partigiani.
La vicenda ha inizio il 15 luglio del 1944 a Crevacuore, nel Biellese, quando una donna viene fucilata come “spia fascista” da una pattuglia di partigiani garibaldini per ordine di Aurelio Bussi (nome di battaglia Palmo). L’esecuzione è compiuta con estrema brutalità, prelevando la donna di notte dalla sua abitazione e davanti alla sua bambina di appena dieci anni. Le immagini di quell’uccisione resteranno indelebili nella mente della bambina, Alfa Giubelli. Il racconto è realista: “Alfa urla e si divincola, l’uomo la trascina via, le ginocchia della bambina si sbucciano sui sassi dello sterrato”. Quella notte cambierà la vita di Alfa, quel rumore di mitra nella notte, davanti ai suoi occhi, saranno i rintocchi di tutti i suoi incubi. Orfana di madre e con il padre disperso in guerra, Alfa cresce sola e disadattata. Si sposa a quindici anni, ma questo, nel libro, nella sua vita, è solo un particolare.
L’altra parte della storia va avanti. Perché, come accaduto in molti paesi d’Italia, i fucilatori di allora diventano rispettabili cittadini e anche onorati amministratori. Così anche a Crevacuore l’ex partigiano Aurelio Bussi, ex partigiano e decorato Medaglia d’Oro alla Resistenza, diventa primo cittadino con il Pci. Di Alfa e della sua storia sembra non ricordarsi più nessuno. Eppure lei, che vive ad Alzo di Pella, sul lago d’Orta, nel 1956 torna a Crevacuore con una pistola in borsa decisa a riprendersi quella giustizia che la storia non le ha assegnato.
Il racconto della scrittrice Domizia Carafòli è preciso e dettagliato, condito da particolari storiografici interessanti. La storia era stata raccolta da Gastone Nencioni, difensore di Alfa al processo e politico nelle fila del Msi. Per la scrittrice, passata da “La Notte” di Nutrizio a “Il Giornale” di Montanelli, tutto ebbe inizio con la scoperta, nella biblioteca di famiglia, del volume “In difesa di Alfa Giubelli”, scritto proprio da Nencioni e distribuito a Milano in un comizio durante le elezioni del 1972. La guerra civile era ormai finita da oltre quindici anni, lasciando dietro di sé un lungo strascico giudiziario: processi contro le efferatezze delle forze armate repubblichine, processi contro i partigiani delle formazioni garibaldine, accusati di feroci uccisioni.
La storia di Alfa con la morte di Nencioni sarebbe stata destinata a scomparire nell’oblio, relegata a qualche ospuscolo stampato in clandestinità. Le carte del processo a carico di Alfa sarebbero per sempre rimaste negli archivi del tribuinale di Vercelli. L’autrice però non si è data per vinta e ha ricostruito tutta la vicenda della povera Alfa fino al processo che la vide condannata. Un processo del genere naturalmente spaccò all’epoca l’Italia in due blocchi. Come potrebbe dividere i lettori de “La bambina e il partigiano”.
Per questo quello della Carafòli è un romanzo storico che ci fa capire come le vite che sono state distrutte dal Fascismo e da tutto il suo corollario vanno ben oltre le persone perite tra la marcia su Roma del 1922 e la fine del Rsi del 1945.
Mirko Nuzzolo
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A cura di Cinzia Morgante
