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28/1/2010

Arctic Monkeys, rock come una volta

Pienone al Palasharp di Milano

Gli Arctic Monkeys sono cresciuti. Oddio, cresciuti si fa per dire, visto che ancora nessuno di loro ha compiuto 25 anni, ma le scimmie di Sheffield una certa esperienza già ce l'hanno, considerato che in quattro anni hanno sfornato tre album e suonano più o meno insieme da quando facevano le superiori.
Insomma, i giovanotti sono in piena maturazione, e a qualcuno potrà venire il dubbio che quest'esperienza ormai pluriennale abbia fatto via via perdere l'entusiasmo e la vitalità che ha contrassegnato loro i primi anni di vita tra chitarre, bassi e batterie. Balle.

Alex, Jamie, Nick e Matt si divertono ancora da matti, e con loro hanno saltato e ballato allegramente le migliaia di spettatori che hanno riempito il Palasharp di Milano (sold-out, neanche a dirlo) per la loro prima data del tour 2010 lo scorso 26 gennaio.

Forse il vero punto di forza degli Arctic -e detto così potrebbe sembrare un paradosso- è il fatto che non hanno inventato un bel niente di nuovo. Di fronte a troppi pseudo innovatori che si perdono tra sintetizzatori e console, a ugole che pur di stupire arrivano alle soglie del gargarismo spacciandolo per vocalità d'avanguardia, il gruppo inglese recupera le radici rock più autentiche e le declina nel pop e nel punk con qualche puntatina nell'hard.

Vanno, e vanno che è un piacere, con accelerazioni esplosive. Per gli effetti, chiedere a chi zompettava (e pogava) in platea, ancora idealmente "sommerso" dai coriandoli che a un certo punto sono improvvisamente piovuti da tutte le parti.
"Humbug", l'ultimo disco, conferma in pieno tutto il buono fatto sentire in "Favourite Worst Nightmare" e, soprattutto, in "Whatever People Say I Am, That's What I'm Not", anche se è un lavoro più di testa che di pancia. Ma le scimmiette sono animali da palco, l'impatto live è un'altra cosa, i dischi sono solo manualetti da "istruzioni per l'uso" per prepararsi al concerto.

Certo, reggere un'ora e mezzo a ritmi altissimi è praticamente impossibile, e non è un caso che i momenti musicalmente ed emotivamente meno esaltanti del concerto siano stati quelli in cui gli Arctic hanno allentato la morsa. Svuotata dall'energia, la loro musica corre il rischio di spegnersi: i pezzi più lenti, che sono i meno riusciti della band, specialmente se concentrati uno dietro l'altro possono avere l'effetto di una camomilla indesiderata. A Milano il ritmo non è mai andato sotto i livelli di guardia, ma non vorremmo che "Humbug", considerato un disco di passaggio, rappresenti l'inizio di una mutazione che tocchi il dna musicale del gruppo.

La speranza è che gli Arctic Monkeys continuino a battere strade tortuosamente rock piuttosto che, come è accaduto a tante, troppe band, girare in maniera scioccamente esistenzialista su loro stessi alla ricerca di un qualcosa che non serve cercare. Devono riuscire a mantenere nel tempo, insomma, un'anima indie al di là della carta d'identità che finora gioca a loro favore. E almeno cercare di illuderci che il meglio debba ancora venire.

Domenico Catagnano

Ultimo aggiornamento ore 16:50

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