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20/6/2007

Lo strano sfogo di Marano

Telebestiario di Francesco Specchia

C’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico, nella dolorosa, straziante richiesta d’aiuto che l’Antonio Marano, un po’ Ricucci un po’ Medea di Euripide, ha rilasciato alla collega Valeria Braghieri di Libero. Un’invocazione d’un’attanagliante tragicità (che fa pendant con i casini attuali di viale Mazzini). “La mia croce è Giovanni Minoli, uno di quelli che se lo inviti a casa tua poi ti chiede l’affitto…inginocchiato sotto una panchina dove oggi ci sta Prodi”, grida il direttore della Raidue perennemente sull’orlo di una crisi di nervi. E ancora: “Alla Rai non mi fanno valorizzare il nord, mi sono sentito rispondere: a Milano c’è già Mediaset...”.

 E ancora ancora: “Il nostro nemico è una certa cultura che vige in questi corridoi. Quella che mi ha fatto sentire un extraterrestre leghista in viale Mazzini quando sono arrivato”. Ora, l’Antonio Marano, con quella sua bella faccia piena di pugni da film di Claude Lelouch, con quei suoi pensieri a canna mozza, e quella sua prosa verace da pugliese del nord ci è simpatico. Simpatico assai.

Marano, in quel palazzo degl’intrighi e dei veleni che è la Rai, è, perlomeno, uno che dice pane al pane (anche quando il pane se l’è già magnato qualcun altro); ha riportato e sostenuto Michele Santoro nonostante non la pensasse in niente come lui; s’è sbattuto per mettere in palinsesto ben 18 produzioni nuove, alcune delle quali (Votantonio o Wild West con la Parietti confusa in mezzo alle vacche) bischerate colossali ma, insomma, non si può avere tutto dalla vita. L’Antonio Marano, dicono gli amici è un Dead Man Walking, tecnicamente un direttore defunto che cammina in attesa che la strepitosa bilancia delle lottizzazioni gli sfila la poltrona da sotto le terga.

E’ quindi chapeu al condannato a morte che si lamenta per la qualità em l’ineleganza dell’esecuzione. Ciò detto, è inconsueto l’attacco a Minoli (che dovrebbe sostituirlo, solo che Minoli non lo sa). E ancora più strano sono le lamentazioni per l’inattuato federalismo padano che la Rai s’è sempre ostinatamente rifiutata d’assecondare. Ora, si sa che la Rai è romanocentrica, una vecchia signora dai fianchi un po’ molli col seno sull’Agro Pontino e il culo sui colli, parafrasando Guccini. Politica & tv di Stato, a viale Mazzini, galleggiano, da sempre, in un oceano vischioso di clientele, incompetenze e interessi legittimi. Strano che Marano, che conosce bene i suoi polli (lì ce l’hanno messo loro..) lo denunci solo adesso. In realtà vi è altro che la pur bella intervista a Libero non riporta.

Pare che il Marano, in un impeto decisionista ispirato dalle bituminose acque del Po, abbia, un giorno, davvero deciso di portare tutte le produzioni “giù al nord”. Produzioni vuol dire tutto: programmi, autori, creatività , know how. Il problema è che, a un certo punto si sarebbe messo in testa di trasferire Piazza Grande da Roma a Milano. Michele Guardì compreso. E qui sarebbe scoppiata l’Apocalisse (solo appena accennata da Dagospia). Guardì, sicilianissimo come quei personaggi sciasciani dal sorriso tremulo e dall’onnipotenza discreta, usa la minaccia dell’incazzatura come deterrente. Spesso funziona. “Io m’incazzo a freddo subito, così non mi rompono i coglioni dopo”, ci confessò una volta. Pare che stavolta Guardì si sia incazzato a caldo e siano bastate cinque telefonate per posticipare il progetto federalista radiotelevisivo a data da destinarsi. Certo, raccontata così la cosa sa di leggenda metropolitana. Ma alle volte, come diceva Kraus nell’inautentico l’autentico si esalta…

Francesco Specchia