I PIU'CERCATI
Se lo specchio ti fa vedere grassa
Il problema è spesso solo psicologico
Guardarsi allo specchio e vedersi "fuori misura". A volte l'impietosa esperienza conferma il grido d'allarme proveniente dalla bilancia, e allora è giusto mettersi a dieta. Spesso però il problema non sta nel corpo, ma nel cervello: una donna su due è una "grassa immaginaria", che si vede assai più "larga" di quanto non sia nella realtà e di questo "mal di ciccia" soffrono in particolare le giovanissime.

In Italia il 40% delle 18-26enni soffre, infatti, di un disturbo di percezione, noto agli esperti con il nome di "dismorfofobia", una malattia vera e propria che a volte costituisce l'anticamera di anoressia, bulimia e persino di obesità. Lo spiega il professor Giuseppe Riva, docente di Psicologia sociale dei nuovi media all'università Cattolica di Milano e direttore del Laboratorio di Tecnologia applicata alla psicologia dell'Istituto Auxologico di Milano.
"La maggior parte di noi – spiega Riva, coordinatore del progetto - inizia una dieta perché non è soddisfatto del proprio corpo. In molti casi, però, il problema non sta nel corpo, bensì nella mente". La dimostrazione viene da una recente indagine condotta su circa duemila donne americane, da cui risulta che "oltre il 50% del campione vede i propri fianchi quasi un terzo più larghi di quanto siano davvero". Un dato valido anche per il nostro Paese, dove il 40% circa delle ragazze tra i 18 e i 26 anni si percepisce più grassa di com'è in realtà. Il destino delle "dismorfofobiche" è quello di diventare schiave delle diete. Il problema è che, anche se perdono peso, continuano a vedersi grasse e quindi si rimettono a dieta, secondo un copione che si ripete all'infinito. "La maggior parte di queste persone finisce per andare incontro a disordini alimentari come anoressia o bulimia – spiega l'esperto, e aggiunge: "Quanto ci mettiamo a dieta perdiamo indistintamente massa grassa e massa magra. Poi però, tornando a mangiare normalmente, riprendiamo solo massa grassa". Il processo, dopo sei o sette "fisarmoniche", comporta anche il rischio di obesità.

Il problema è riconoscere i casi di eventuale dismorfofobia e intervenire in modo adeguato. Le cure tradizionali sono di due tipi: innanzitutto è efficace la terapia cognitivo-comportamentale, che però richiede dai sei mesi a un anno. C'è poi una terapia visuo-motoria, che prevede un mix di danzaterapia e movimenti ad hoc, con risultati più rapidi ma che richiede comunque almeno sei mesi. Insieme a un partner spagnolo, il centro Auxiologico milanese ha ora messo a punto una nuova tecnica che sfrutta la realtà virtuale per guarire il difetto di percezione. Alle pazienti viene fatto indossare una sorta di caschetto simile a quello utilizzato in alcuni videogiochi, che in un solo mese cura il disturbo.
La paziente, spiega Riva, viene curata in ospedale perché servono attrezzature particolari. Il progetto, battezzato "VEPSY", sfrutta la realtà virtuale perché questa distorce la percezione del corpo, ingannando il sistema vestibolare, collegato ai movimenti fisici. "Questa separazione tra il canale visivo e quello vestibolare riesce a modificare la percezione cognitiva". A fine terapia, insomma, la grassa immaginaria riesce a vedere se stessa nelle sue reali "dimensioni".
