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24/9/2009

A Ferrara Giovanni Boldini

nella Parigi degli Impressionisti

Dal 20 settembre 2009 al 10 gennaio 2010, Palazzo dei Diamanti ospita una rassegna su Giovanni Boldini. La mostra, organizzata da Ferrara Arte, in collaborazione con le Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea - Museo Giovanni Boldini, e il Clark Art Institute di Williamstown (Massachusetts), che la accoglierà dopo il debutto a Ferrara, sarà anche l'occasione per presentare per la prima volta l'artista ferrarese in un museo statunitense di grande prestigio.
A differenza dalle precedenti esposizioni dedicate all'artista, tutte antologiche, questa si concentra invece sui primi quindici anni di attività del pittore a Parigi, dal 1871 al 1886, proponendosi di far luce su un periodo della sua arte poco studiato, durante il quale Boldini, per dirla con le sue parole, dipingeva "quadri di tutti i generi che sparivano facilmente perché avevo molto successo", opere di straordinario interesse e spesso di pregevole qualità.
Ordinati in sezioni tematiche, novantasette capolavori provenienti dalle più importanti collezioni pubbliche e private d'Italia e del mondo fanno emergere tutta la complessità della personalità boldiniana in questo periodo di ricerca e sperimentazione.

Chi era il Boldini che si trasferì da Firenze a Parigi nel 1871? Come si sviluppò la sua personalità da quel momento al 1886, durante il periodo aureo della rivoluzione impressionista? Cosa rimase di quelle esperienze in seguito, quando Boldini divenne uno dei più celebri ritrattisti dell'alta società? Sono queste le domande principali alle quali vuole rispondere questa mostra.

"Prima di darmi ai ritratti facevo quadri di tutti generi che sparivano facilmente perché avevo molto successo." Così, nel 1924, Boldini ricordava in una lettera al fratello Gaetano, i suoi primi anni di attività a Parigi quando, molto tempo prima di divenire uno dei più contesi ritrattisti del bel mondo internazionale, si era distinto come un artista poliedrico. Tuttavia, in seguito, il successo riscosso da Boldini come ritrattista fu tale da far cadere nell’oblio fino ad anni recenti la sua attività precedente. In particolare, sono stati oscurati i primi quindici, importanti anni trascorsi nella capitale francese dal 1871 al 1886 quando, stimolato dalla varietà delle tendenze artistiche presenti nella capitale francese, prima tra tutte la pittura impressionista, dette vita a soggetti diversi: dalle scene di genere alle vedute di città, dai paesaggi agli interni d’atelier, dalle raffigurazioni di teatri e caffè ai ritratti. 

Ad accogliere il visitatore è un breve prologo dedicato all'attività degli anni fiorentini, un'esperienza fondamentale per Boldini, non solo per la sua formazione ma anche perché da essa trae spunti importanti per sviluppare idee e soluzioni formali negli anni a venire. Cogliendo istanze innovatrici provenienti dalla cultura francese e in particolare da Degas, nella Firenze dei macchiaioli Boldini si distinse come principale artefice di un'autentica rivoluzione nell'arte del ritratto, dipingendo i suoi modelli non più su uno sfondo neutro e in un atteggiamento statico e ufficiale, bensì in ambienti fortemente caratterizzati, non in posa ma colti in situazioni diverse e perlopiù informali, e a volte, perfino, non nella quiete di una stanza ma en plein air.

A Firenze Boldini realizza alcuni dei suoi primi capolavori, come il Ritratto di Lilia Monti del 1864-65, uno dei primi e più significativi quadri della sua produzione giovanile che, all’impostazione classica unisce indizi di una libertà compositiva e stilistica nuova: ad esempio, l’espediente del nastro rosso che, inavvertitamente sciolto, scende dall’acconciatura sulla spalla della donna. Ben presto Boldini diverrà uno dei principali artefici del profondo rinnovamento attuato in quegli anni nel genere del ritratto borghese, dando vita ad una rappresentazione del modello non più stagliato su uno sfondo neutro, come nel Ritratto di Lilia Monti, bensì all’interno di un ambiente, raffigurato in momenti di intimità, come nella preziosa tavoletta datata 1869 in cui l’artista ritrae Le sorelle Lascaraky  o colto in atteggiamenti disinvolti e spontanei, come nel Ritratto di Diego Martelli , o, ancora, circondato dagli oggetti che parlano della sua vita e del suo status sociale, come nell’Autoritratto mentre osserva un dipinto: due capolavori, questi ultimi, entrambi del 1865 circa e provenienti dalla Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti.

Si entra poi nel cuore della rassegna con i quadri dei primi anni Settanta che fecero la fortuna del pittore fra i ricchi collezionisti del tempo, non solo in Francia, ma anche e soprattutto negli Stati Uniti. Protagoniste sono piccole e preziose tavolette caratterizzate dallo stile ricercato e dal colore scintillante che, ispirate talvolta ad un Settecento galante, talaltra a fantasie esotiche spagnoleggianti o ancora a scene di vita contemporanea, innovano il cliché dei quadri di genere in costume storico di maestri affermati come Meissonier e Fortuny. Ad esempio con Signora che legge o, ancor più, con Giorni tranquilli , entrambi del 1875. Grazie ad uno stile elegante e ad una tecnica pittorica raffinata, Boldini viene eletto da subito come il più brillante interprete di quella pittura ricercata e l’erede indiscusso dei due capiscuola. Come la grande Passeggiata di mezzogiorno a Versailles del 1876 esposta in Italia per la prima volta, Boldini esalta il gusto per la rievocazione storica, mentre in scene di vita contemporanea ambientate all’aperto, come Berthe che cuce in giardino del 1874, concilia questo gusto con la trascrizione del dato naturale e atmosferico di matrice impressionista. Grazie al famoso gallerista parigino Adolphe Goupil, ma anche ad altri importanti mercanti europei e americani, i suoi quadri entrano da subito nelle maggiori collezioni del vecchio e del nuovo continente, come ad esempio quella di William Stewart a Parigi o quella dei Vanderbilt a New York.

Accanto a questa produzione Boldini realizzò, a partire dalla metà degli anni Settanta, una serie di vedute di città che colpirono i contemporanei e con le quali l'artista diede una sua personale interpretazione della pittura della vita moderna praticata anche dagli impressionisti. In queste opere, cui viene dedicata un'ampia sezione, Boldini registra la vita che scorre nelle vie affollate e nelle piazze dove passano veloci o sostano le carrozze e gli omnibus a cavalli. Sono dipinti di un "realismo" singolare in cui l'artista ferrarese dimostra di padroneggiare sia il piccolo che il grande formato, basando ogni sua creazione sullo studio attento, talora ostinato, del modello naturale. Su molte di queste opere Boldini medita a lungo come dimostrano diversi studi preparatori e bozzetti, esposti in mostra anche per sfatare l'immagine ancora troppo diffusa di Boldini come "improvvisatore". Come in Attraversando la strada del 1873-75 e nella celebre Place Clichy del 1874 (16), e nei boulevard dove passano veloci le carrozze e gli omnibus a cavalli, come accade in Uscita da un ballo mascherato, restituendo "con una foga e un vigore eccezionali […] il movimento febbrile delle vie della capitale".
Stimolato, al pari dei colleghi francesi Meissonier e soprattutto Degas, dalle più recenti ricerche scientifiche sul moto del cavallo, Boldini si dedica, tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta, ad uno studio approfondito dell’animale in movimento. Queste esplorazioni culminano in dipinti di formato monumentale frutto di un lungo e meditato lavoro che muove dallo schizzo al bozzetto prima di giungere all’opera finita: è il caso, ad esempio, de Il bimbo con il cerchio e Due cavalli bianchi, databili per ragioni stilistiche al 1881-86 e non al 1876 come molti ritengono, frammenti rimasti di una grande composizione smembrata dopo la morte del maestro. Un altro esempio nel quale l’interesse dell’artista si incentra sul modo di raffigurare il movimento è Notturno a Montmartre, caratterizzato da una grande raffinatezza cromatica e da un’intonazione più poetica. La scelta di esporre entrambe queste opere accanto ad alcuni dei loro studi preparatori è volta anche a sfatare l’immagine ancora diffusa di Boldini come grande "improvvisatore" e a mostrare come, in molti casi almeno, i suoi lavori fossero frutto di uno studio attento e meditato.

Boldini non registrò soltanto la realtà urbana. Si spinse nelle campagne, lungo la Senna o sulla Manica, lavorando a vedute e paesaggi con figure che costituiscono una personale interpretazione della pittura en plein air, dipinti di grande fascino caratterizzati da una luce cristallina e da quella capacità, che tanto colpì Diego Martelli, di "scoprire minuzie impossibili di colore e di forma a tre miglia di distanza". Tra gli esiti più felici di questa produzione vi sono la meravigliosa Grande strada a Combes-la-Ville del Philadelphia Museum of Art, il luminoso dipinto Le lavandaie del 1874, esposto al pubblico l’ultima volta nel 1935 e rintracciato in una collezione privata americana, o la bella tavoletta intitolata Il ritorno dalla pesca della fine degli anni Settanta. Sono dipinti di grande fascino, contraddistinti da una particolare sensibilità per la luce, qualità che lo imposero agli occhi della critica e del pubblico dell’epoca come uno tra i più "eminenti rappresentanti della pittura di paesaggio in Francia".

Anche il mondo dei teatri e dei caffè concerto richiamò la sua attenzione. L'artista fu un assiduo frequentatore di questi ambienti e ritrasse i personaggi che li animavano al pari del suo amico Degas. "Forse proprio questo confronto impossibile - come suggerisce in catalogo Richard Kendall - trattenne Boldini dall'approfondire questo soggetto". In esso sono ritratti musicisti e direttori d’orchestra colti nell’esercizio della loro arte, platee di spettatori divenuti improvvisamente inconsapevoli protagonisti della scena, ballerine ritratte nello sforzo ma ad un tempo nella grazia dei loro movimenti, uomini e donne spiati mentre si intrattengono nei locali notturni, come in Studio per “Il caffè rosso” del 1887 circa, del Fine Arts Museums di San Francisco o, ancora, cantanti ritratte nei caffè concerto o negli eleganti salotti musicali che l’artista era solito visitare insieme ad amici e colleghi come nella Cantante mondana del 1884.

Al tema tutto boldiniano degli interni d'atelier, un soggetto che non trova eguali nella pittura coeva, è dedicata un'interessante sezione. Dopo aver esplorato instancabilmente i mille volti della capitale francese, nella convinzione che soltanto "chi viaggia, ha molto da raccontare", improvvisamente Boldini sembra rendersi conto che anche la sua casa e il suo studio sono un mondo sconfinatamene grande e, come l'altro, capace di evocare emozioni e suggestioni formali. Anche chi rimane fermo nello stesso luogo e scava in profondità in se stesso e in quel luogo può avere molto da raccontare. Sembra essere questa, di fronte agli ambienti e agli oggetti che lo hanno accompagnato per una vita, la convinzione intima dell'artista. L’artista disegna e dipinge: mobili, strumenti di lavoro e suppellettili contraddistinti da un valore affettivo particolare – come il suo pianoforte o il calco del cardinale de’ Medici del Bernini ritratto nel 1899 nella sua camera – o ancora quadri a lui cari, custoditi gelosamente per anni nel suo atelier, come le due tavolette Interno dello studio con il ritratto della giovane Errazuriz e Interno dello studio con il ritratto del piccolo Subercaseaux. Queste opere, brillanti interpretazioni in chiave moderna del tema del “quadro nel quadro” che aveva impegnato anche Manet, si caricano negli anni di tratti fortemente autobiografici narrando di colui che quegli ambienti abita e quegli oggetti possiede.

Un ricco capitolo della mostra tratta, infine, l'evoluzione del suo stile nel genere del ritratto, da quelli di amici e colleghi, alle effigi ufficiali. Durante questi anni, infatti, Boldini sviluppa questo genere stimolato da molteplici suggestioni. È il cammino compiuto in questo periodo che lo condurrà a definire quello stile inconfondibile che, al volgere del secolo, lo imporrà come uno dei più contesi ritrattisti del panorama internazionale. Dopo l’esperienza fiorentina, Boldini torna a praticare il ritratto con rinnovato slancio attorno alla fine degli anni Settanta, decidendo via via di dedicarvisi pressoché esclusivamente. Determinante in questo senso fu il legame con la contessa Gabrielle de Rasty  la quale, divenuta sua amante e musa ispiratrice, lo introdusse nella cerchia di una nuova committenza altolocata. L’artista attinge a piene mani all’arte dei grandi maestri del passato conosciuti e studiati, oltre che a Parigi, durante i viaggi in Olanda, in Italia e in Spagna. Facendo propri i loro insegnamenti, sperimenta una grande varietà di soluzioni compositive: quelle più classicheggianti, come il ritratto equestre di Alice Regnault, ispirato da una celebre tela di Renoir, oppure altre dai tratti più moderni e audaci che colpirono e talvolta sconcertarono il pubblico e la critica. Di quest’ultima tipologia fanno parte il ritratto a pastello di Verdi del 1886, "terribilmente vivente" come esclamarono i critici al tempo, o l’omaggio fatto nel 1882 alla vedova di Fortuny. Nella ritrattistica Boldini si misura con mostri sacri come Manet, con il quale condivide la committenza e la cerchia di amicizie, come testimonia il Ritratto di Henri Rochefort del 1881-82 circa, proveniente dal Musée d’Orsay e coevo a quello del maestro francese, ma, per una volta, incredibilmente più vivido e accattivante, e successivamente con Sargent e Whistler quando, con gli anni Novanta, si afferma come uno dei più contesi pittori dell’alta società europea ed americana.

È proprio con opere di questa fase che si conclude il percorso espositivo: capolavori assoluti degli anni Novanta dell'Ottocento. L’interno dell’atelier è ora evocato soltanto da qualche particolare, come i divani o le sedie su cui il pittore faceva posare i suoi modelli, o qualche brano di parete o di pavimento che, appena accennati, sono utili a suggerire l’ambiente in cui sono inserite le figure. Questi grandi ritratti a figura intera furono apprezzati dal pubblico e dalla critica per la sensualità e la carica vitale di cui erano pervasi, per il dinamismo delle linee e la sapienza tecnica, e per la felice scelta del colore, doti che, unite ad un’acuta capacità di introspezione psicologica, permettono a Boldini di imporsi come indiscusso innovatore dell’antica arte del ritratto. Fra le composizioni più importanti di questi anni vi sono quella del collega Whistler del 1897 del Brooklyn Museum, che sarà presentata in Italia per la prima volta dopo oltre cento anni da quando Boldini stesso la espose alla Biennale di Venezia del 1905, o alcuni tra i suoi più famosi e affascinanti ritratti di donne, come quello di Madame Charles Max del 1896 del Museé d’Orsay, di Lady Colin Campbell del 1894 della National Portrait Gallery di Londra (alla quale fu donato dalla stessa Campbell nel 1911 ed esposto nella contigua National Gallery suscitando al tempo grande scalpore poiché fu la prima opera di un artista vivente presentata nel tempio londinese della pittura), e dell’étoile de l’Opera Cléo de Mérode del 1901, capolavori assoluti con cui il ferrarese diede vita all’icona stessa dell’ideale femminile della Belle Époque: un perfetto connubio di eleganza, sensualità e inquietudine.

Quanto alle novità critiche presenti in catalogo, sono numerose e danno un contributo significativo alla costruzione di una lettura filologica di Boldini e della sua opera ancora assai lacunosa. Richard Kendall ha esplorato per la prima volta un aspetto fondamentale del lavoro di Boldini, il disegno: dai semplici schizzi che costituirono un archivio di idee e di forme di straordinaria importanza, ai disegni preparatori di dipinti, a disegni compiuti che sono opere d'arte a sé stanti. Oltre ad un confronto inedito tra l'itinerario boldiniano e quello dei maestri dell'impressionismo, studiando i registri mai indagati fino ad ora del mercante Goupil, per il quale l'artista lavorò nei primi anni parigini. Sarah Lees, la curatrice della mostra, ha ricostruito, tra l'altro, la sua fortuna americana negli anni Settanta e Ottanta dell'Ottocento e identificato molte delle opere giunte allora negli Stati Uniti. Questa ricerca si è integrata con quella di Barbara Guidi che, dedicandosi all'epistolario di Boldini e a fonti a stampa dell'epoca mai esplorate prima d'oggi, ha individuato in importanti mercanti statunitensi come Samuel Avery o George Lucas altri protagonisti del successo dell'artista negli Stati Uniti. La sua ricerca ha permesso inoltre di precisare la datazione di alcuni capolavori come il Ritratto del pittore Joaquin Araújo y Ruano del Museo Boldini di Ferrara, da sempre ascritto al 1889 e invece esposto alla Galleria Georges Petit di Parigi già nel 1882 o L'amazzone (Alice Regnault a cavallo), della Galleria d'Arte Moderna di Milano, la cui datazione oscillava tra il 1878 e il 1884, ma che invece fu presentato al Salon del 1880. Ha consentito, ancora, di scoprire quali opere Boldini espose ad alcuni Salon come, ad esempio, Madame Charles Max, del Musée d'Orsay di Parigi, presentata a quello dello Champ de Mars del 1896. Ha permesso, infine, di approfondire il rapporto che legò Boldini ad alcuni tra i maggiori artisti del tempo, dai più tradizionali Meissonier e Menzel, a maestri dell'avanguardia come Degas, Manet, Sargent e Whistler.

Ultimo aggiornamento ore 19:35

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